Man's clenched fist opposite woman's hand holding heart

In Italia vengono commessi almeno 130 femminicidi l’anno, un fenomeno che rimbalza sempre più spesso nelle cronache dei giornali e dei telegiornali con dettagli a volte raccapriccianti. Si tratta nella gran parte dei casi di veri e propri delitti annunciati, preceduti talvolta  da violenza fisica o psicologica, e avvengono spesso in contesti socio-culturali non marginalizzati. E siamo quindi dinanzi a  un problema con motivazioni assai complesse e con implicazioni psicologiche che non vanno sottovalutate.

Come ricorda l’esperta e avvocato Barbara Spinelli, consulente dell’ONU in materia di violenza sulle donne (autrice del libro “Femminicidio, dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”), questa parola non è stata inventata dai giornali.  Negli anni ’90 una antropologa messicana di nome Marcela Lagarde ha analizzato le violenze perpetuate sulle donne messicane e ha individuato le cause e in una cultura machista e in una società che non dà tutele dal punto di vista giuridico. Lagarde è dunque la teorica del termine femminicidio che definisce “la  forma estrema di violenza di genere contro le donne,  prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa”. La convenzione di Istanbul nel 2011 ha recepito queste istanze impegnando gli Stati  che l’hanno sottoscritta ad arginare il fenomeno del
femminicidio.

In Italia la tutela giuridica delle donne nei casi di violenza domestica ha avuto un notevole ampliamento sebbene molte misure rischino di restare lettera morta poiché il problema più grande è proprio la sottovalutazione del rischio, ovvero “ il non credere che”, il “far finta che”.  Nell’anno appena trascorso – e mi appresto a farlo anche per i prossimi mesi – ho avuto l’opportunità di presentare il mio libro “Cronaca di un delitto annunciato” ( edizioni l’Asino d’oro) in molte scuole italiane. Ho incontrato, con il supporto di psicologi e psichiatri, migliaia di studenti e mi sono resa conto della necessità di dialogare sul rapporto uomo- donna portando alla luce,  senza ipocrisie,  le difficoltà di una stagione che vede le donne da un lato più forti e  dall’altro, in alcuni casi, più impaurite.  Le nuove generazioni – paradossalmente – sembrano meno consapevoli dei loro diritti come se le conquiste di decenni (penso al femminismo e alle battaglie sui diritti civili) fossero diventate scontate e superflue. Mi è capitato di incontrare ragazzine convinte che le costrizioni, il controllo psicologico e anche fisico, siano un segno di grande amore da parte del fidanzatino. E mi sono trovata a dialogare persino con ragazzini di quinta elementare costretti a destreggiarsi con situazioni familiari nelle quali l’uomo esercita sulla donna una forte violenza psicologica. Lo smarrimento per chi è ancora giovane è enorme perché è proprio in famiglia che vengono sperimentati sentimenti negativi come la rabbia e il senso di rivalsa.

Antonio, il carabiniere protagonista del mio libro (ispirato a una storia vera) è un uomo che persegue per tutta la sua vita ideali che sono ben distanti da quelli dei criminali tratteggiati nella serie Gomorra. E’ un padre di famiglia che non ha mai picchiato la moglie, è inserito in un contesto sociale armonico e per tutta la vita ha cercato di raggiungere quella che noi esseri umani definiamo “felicità”.

Eppure la rottura del rapporto con la moglie mina definitivamente l’immagine di se stesso che evidentemente aveva delle lacune non risolte. La sola idea di perdere il controllo sulla sua vita e sui  pensieri della sua compagnia lo destabilizza. Smarrisce la  rotta, abbandona il binario sul quale pensava di poter viaggiare per tutta la sua esistenza,  si trasforma in un uomo fragile e allo stesso tempo capace di fare del male. E’ in questo bagaglio di pensieri malati che si annida la ragione più profonda della sua trasformazione e del tragico epilogo di questa vicenda.

Chi fa il mestiere di giornalista e chi decide di scrivere romanzi impegnandosi su temi di rilevanza sociale  ha un  compito che va oltre la semplice cronaca di una storia. In fondo,  nella loro tragicità, queste vicende finiscono per somigliarsi e allora dobbiamo essere in grado di scavare sotto la superficie.  Non basta condannare e forse non bastano le misure di prevenzione se non ci sforziamo di coinvolgere gli uomini in un’analisi collettiva su quello che sta accadendo.  Dobbiamo capire che cosa provoca questo assurdo inaridimento dei sentimenti che finisce per seminare solo  orrore.

E’ uno sforzo che ci interroga tutti, nelle famiglie (spesso troppo sole) e nei luoghi di socializzazione.