Ma davvero, come ha pomposamente minacciato Di Maio, “chi imbroglierà sul reddito di cittadinanza si farà sei anni di carcere”? È un modo di dire o una reale eventualità? Facciamo qualche ipotesi.

Si è calcolato che i possibili pretendenti al reddito di cittadinanza saranno almeno 6.500.000 (l’Istat ne ha calcolati sei milioni e passa). Quanti di questi italiani faranno i furbetti? O prima, nel denunciare la propria situazione; o dopo, prendendo i soldi e magari avendo un’altra attività nascosta? Siamo il paese della scorciatoia, del sottobanco, del lavoro nero comodo e non denunciato. Anche volendo valutare al meglio la futura onestà di questo esercito di concittadini, stimare i contravventori all’uno per cento mi sembra un’ipotesi minima e concreta.
Eccoci allora con 60.000 futuri carcerati, giusto Di Maio? Metterli in galera (si presume dopo regolari istruttorie e processi penali) significa in pratica raddoppiare il numero degli attuali detenuti! 
Allora: costruiamo altrettanti penitenziari di quanti ce ne sono finora? O marcia indietro e niente carcere per chi ha barato sul reddito di cittadinanza? Oppure dentro tutti questi cialtroni e fuori gli attuali detenuti?
Di Maio qualche conto dovrebbe averlo fatto. E la cosa migliore sarebbe forse spiegare che la sua frase minacciosa era un modo dire, nel senso che chi sgarra ne subirà le conseguenze. Parlare di carcere era probabilmente una battuta di spirito.
Anche perché ci si dimentica che controllare sei milioni di posizioni iniziali e di comportamenti futuri (frequenze ai corsi, lavoro sociale gratuito, verifica delle “spese morali”) di chi va punito, comporterà l’impiego di migliaia e migliaia di addetti, nuovi uffici, nuove regole (si pensi al problema della privacy…). Senza contare la quantità di istruttorie penali, di processi, di ricorsi.
Un intasare gli uffici finanziari, contabili, giudiziari che ha dello spaventoso. Sarebbe bastato dire che chi sgarra perde per sempre il contributo di solidarietà. Evocare il carcere significa non avere assolutamente idea della situazione italiana in settori – tributario, finanziario, giudiziario e penitenziario – che sono stati giudicati più volte vicini al collasso.