Non c’è che dire, era proprio una sana e solida azienda criminale a conduzione familiare quella sgominata dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma.
Presieduta dal babbo di 74 anni , l’impresa era gestita in qualità di Amministratore delegato dal figlio 49enne e con il ruolo di Direttore generale dalla nuora. Tutti rigorosamente pluripregiudicati honoris causa. La struttura poteva contare su altri 10 soggetti tra dirigenti, quadri e impiegati probabilmente selezionati attraverso le informazioni provenienti dal casellario giudiziario. Il core business era il prestito di denaro con tassi di usura esorbitanti, in alcune circostanze, al 223% annuo (in questo caso lo spread non incide).

Le accurate investigazioni svolte hanno fatto emergere una società di delinquenti radicata sul territorio dei Castelli Romani che da anni erogava denaro a piccoli imprenditori, artigiani e commercianti locali, ma, soprattutto, a soggetti in precarie condizioni di salute fortemente bisognevoli. Oltre 50 i casi documentati dalle Fiamme Gialle.
E’ inoltre emerso che il babbo presidente, promotore dell’organizzazione, dichiarato invalido civile al 100% in quanto affetto da patologie mentali, articolari e cardiache, percepiva da anni un’indennità di accompagnamento. Le indagini svolte, oltre a conclamare le condotte di usura e di esercizio abusivo dell’attività finanziaria, hanno invece permesso di rilevare che l’anziano pregiudicato era perfettamente in grado di svolgere tutte le normali attività della vita quotidiana. Gli approfondimenti di natura tecnica, corroborati dai numerosi pedinamenti eseguiti dai finanzieri, hanno infatti evidenziato che l’indagato, oltre ad essere particolarmente lucido nella gestione dei propri affari illeciti, si muoveva in totale disinvoltura alla guida della propria lussuosa autovettura frequentando, tra l’altro in maniera assidua, diversi locali della movida romana. La truffa ai danni dell’ I.N.P.S. per l’indennità indebitamente percepita è stata accertata in circa 70.000 euro.
La famiglia di usurai si è occupata anche di favorire la permanenza nel territorio italiano di un giovane di 33 anni di origine marocchina arrestato più volte e gravato da due decreti di espulsione, tramite un finto matrimonio, con tanto di compiacenti testimoni. Sul punto, particolarmente significativi appaiono i dialoghi intercettati dalle Fiamme Gialle in cui si mette in guardia la futura “sposa” sulle risposte da fornire alle domande dei funzionari della Prefettura nell’ambito dei controlli effettuati per accertare la regolarità del matrimonio. Oltre al corrispettivo da pagare da parte del marocchino pari a euro 1.200, traspaiono in tali dialoghi particolari tesi a rendere credibile il rapporto tra i due coniugi, di fatto, perfetti sconosciuti. L’organizzatore si raccomanda addirittura con “la sposa” affinché indossi un abito elegante così da rendere più realistica la messa in scena. I cinque soggetti coinvolti, fra cui i “finti sposi” e i due testimoni, sono indagati per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.