L’avanzamento tecnologico implica una vulnerabilità in termini di cybersecurity che può essere ridotta al minimo solo con una cooperazione congiunta e costante fra attori pubblici e privati in collaborazione con i cittadini (che vanno sensibilizzati sul tema). E’ uno degli aspetti emersi questa mattina nel corso del convegno “Sicurezza nazionale e cooperazione internazionale”, tenutosi al Salone della Giustizia a Roma, moderato da Fiorenza Sarzanini del Corriere della Sera. A introdurre i lavori è stato Paolo Messa, responsabile relazioni istituzionali di Leonardo SpA, azienda da dieci anni al fianco del Salone. “Il ricorso a componentistica straniera – ha ricordato – assume connotati strategici per la sicurezza nazionale”. Per questo motivo, Messa ha auspicato che il 5G “attraverso il quale viaggeranno grandi quantità di dati” sia parte di “un impianto virtuoso di alleanze e partnership”. Franco Gabrielli, capo della Polizia di Stato e direttore generale della Pubblica sicurezza, ha chiesto che “i temi della sicurezza debbano essere condivisi, e che ci debba essere consapevolezza da parte dei cittadini, ma non in un approccio di paura e di preoccupazione”. Poi la stoccata: “La protezione delle infrastrutture critiche – ha osservato – è un tema che non è sempre stato vissuto in modo prioritario”. La condivisione, inoltre, implica “una forte partnership fra pubblico e privato”. L’intervento di Ofer Sachs, ambasciatore dello Stato di Israele in Italia, si è focalizzato sull’accordo con l’Iran”. Una Nazione della quale sono stati “ignorati una serie di aspetti collaterali, fra cui attacchi informatici e cibernetici, così come finanziamenti in milioni di dollari per organizzazioni fuori dall’Iran”. Secondo il diplomatico israeliano, oltretutto “il programma balistico è stato accelerato. C’è una corsa al riarmo che non vedevamo da decenni”.
Per questa ragione ha chiesto che ci sia una “reazione globale da parte della comunità internazionale”. Per l’agente speciale dell’FBI (Federal Bureau of Investigation) Peter LaFranchise, “anche in caso di catastrofe naturale, gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare”. La cybersecurity è la prossima sfida, sulla quale bisogna essere continuamente all’avanguardia. Sulla stessa lunghezza d’onda Jacob Perry, già direttore dello ShinBet (il servizio segreto interno israeliano). “La prossima guerra, se avverrà – ha ammonito -, non sarà di intelligence ma informatica. Israele quasi ogni giorno identifica minacce che tendono a paralizzare la vita civile. Non va considerata solo la difesa militare ma anche informatica”. Anche per l’ex capo dell’intelligence, la cooperazione fra gli Stati occidentali è la chiave di volta contro il terrorismo: “I terroristi non devono sentirsi al sicuro in nessuno Stato”. Più tecnico è stato, invece, il contributo di Tommaso Profeta, chief security officer di Leonardo SpA: “L’università – ha osservato – deve essere in grado di anticipare la formazione richiesta”. Poi ha ammesso che “nessuno può farcela da solo. La cooperazione pubblico-privato sta funzionando bene, è in corso uno scambio di intelligence, e la consapevolezza è aumentata notevolmente. Altrettanto importante rimane la cooperazione fra privati”. Anche l’intervento di Ciro Di Carluccio, presidente e AD Deloitte ERS, ha messo in rilievo le lacune tecniche: “Esiste il ‘rischio di algoritmo’, ovvero le modalità con cui sono costruiti aprono questioni etiche. Sono un rischio aggiuntivo rispetto alla cybersecurity”. Infine, Massimo Mancini, responsabile della divisione business di Fastweb, ha ricordato cosa potrebbe significare l’effetto pratico di un cyberattacco: “Se ci fermiamo noi – ha ammonito -, si bloccano tre-quattro grandi banche, l’80 per cento delle Asl e 18 regioni. Siamo strategici e lavoriamo solo in Italia”. E il futuro è ancora più interconnesso. “Perchè – si è chiesto Mancini -occorre multinazionalità? Bisogna essere rapidissimi nella risoluzione di una minaccia. Noi condividiamo in tempo reale i dati sui rischi”.