Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, ha concluso i lavori di questa ottava edizione ringraziando “con vero piacere gli amici del Salone della Giustizia, tre giorni di incontri e dibattiti che, mettendo a confronto personalità di diversa formazione culturale e professionale, hanno certamente dato un contributo importante allo sviluppo dei temi più attuali legati alla giustizia e non solo”. Riferendosi al rapporto tra magistratura e media, il presidente ha tenuto a ricordare la sua personale esperienza come sottosegretario alla Giustizia, come componente della commissione Giustizia del Senato e, da ultimo, come componente del Consiglio superiore della magistratura: “Ho avuto l’opportunità di approfondire e trattare tale questione da differenti angolazioni, tutte utili e complementari per avere un quadro il più possibile realistico. Non posso non ribadire che ogni volta che le indagini o i processi diventano oggetto di dibattiti sui quotidiani o in televisione, per le motivazioni più disparate, non si fa mai un buon servizio alla giustizia. Per questo sono convinta che il rapporto tra gli uffici giudiziari e il sistema dell’informazione sia non “uno” dei temi, ma “il tema” focale per quanto riguarda la qualità del servizio reso ai cittadini. Troppo spesso la sovraesposizione, più o meno volontaria, ha prodotto un corto circuito in grado di autoalimentarsi, senza risparmiare persone terze che nulla avevano a che fare con le ipotesi criminali avanzate dagli uffici inquirenti. È in tal senso che plaudo all’indicazione fornita dal presidente Malinconico, e cioè alla implementazione degli sforzi, ovviamente anche di natura economica, nella direzione della criptazione dei fascicoli, probabilmente uno dei più efficaci strumenti per evitare l’inaccettabile – ma non per questo rara – fuga di notizie”.Maria Elisabetta Alberti Casellati
Il presidente ha poi affrontato “un altro elemento che non può essere sottovalutato, quello che coinvolge il mancato rispetto del segreto istruttorio. Violarlo, significa da un lato ledere il diritto alla riservatezza di coloro che, venendo chiamati indirettamente in causa, sono a tutti gli effetti estranei alle ipotesi criminose; e, dall’altro, mettere a repentaglio la stessa dinamica delle indagini o, quanto meno, il loro completamento. Non meno importante è, ovviamente, la possibile – e come sappiamo non rara – spettacolarizzazione della giustizia. Una sorta di processo nel processo il cui esito, il più delle volte, finisce per essere contraddittorio. Il rischio è che all’opinione pubblica, dopo una sovrabbondante dose di informazioni e immagini di tutti i tipi, interessi sempre meno la reale dinamica dei fatti, e sempre più ciò che appare come verosimile. Quanti innocenti, già condannati dagli improvvisati tribunali mediatici, non hanno più potuto riprendere la loro precedente vita?
E, al contrario: quanti condannati hanno potuto addirittura trarre giovamento dalla loro so-vraesposizione, con tanto di inaccettabili ritorni economici?”.
“Ritengo inaccettabile ad esempio il fatto che i magistrati possano dissertare sulle loro indagini o processi in corso, dando vita ad una sorta di auto-promozione del proprio operato. Così come ritengo altrettanto ingiusto pensare a forme più o meno generalizzate di bavagli, laddove si impedisca loro di esprimere idee anche sui casi in corso ma riguardanti i più generali temi delle regole, del diritto e della giustizia. La garanzia costituzionale della libertà di espressione non può e non deve essere confusa con una visione che potremmo definire anarchica del proprio ruolo”.
Sul problema sovrapponibile della candidabilità dei magistrati, il presidente del Senato, dopo aver sostenuto che “sarebbe impensabile non consentirla alle toghe” ha tenuto a ribadire he però “non può essere sottovalutato il rischio che proprio a seguito di una voluta e cercata sovraesposizione mediatica, il magistrato, nel frattempo diventato personaggio pubblico, finisca per utilizzare tale visibilità per accedere all’impegno diretto in politica, facendo venir meno il principio di terzietà. Tanto è stato fatto ma, evidentemente, non basta”.