Il DDL anticorruzione, approvato definitivamente alla Camera, è un provvedimento che “spazza via” non i corrotti, ma tutto il lavoro fatto negli anni per combattere davvero la corruzione e che travolge i principi fondamentali dell’ordinamento penale.
L’iter di approvazione è stato fortemente lesivo del regolamento parlamentare: l’emendamento sulla prescrizione, inserito solo successivamente in commissione, è completamente estraneo alla materia dell’anticorruzione, in un testo peraltro già eterogeneo vista la commistione tra la materia dell’anticorruzione e quella della disciplina dei partiti politici. La prescrizione, così come modificata, rappresenta un autentico pericolo per il buon funzionamento della giustizia penale, perché tra un anno entrerà comunque in vigore anche in assenza di una riforma complessiva del sistema penale.

In Senato abbiamo assistito all’approvazione del testo a colpi di fiducia, strumento che il Movimento 5 stelle in passato aveva sempre contestato. Un percorso che, peraltro, ha fatto emergere una spaccatura nella maggioranza, anche all’interno di ogni singola componente, “battuta” in aula nella votazione dell’emendamento sul peculato.
Sospensione condizionale della pena e riabilitazione che non operano per le pene accessorie, introduzione della figura dell’agente infiltrato non punibile per i reati corruzione, pene accessorie perpetue che prescindono dall’entità della pena sono solo alcuni aspetti di un provvedimento che contrasta con i principi costituzionali e del sistema penale e che non tiene conto, cancellandolo, del lavoro svolto finora.
Nel corso della precedente legislatura sono state adottate riforme sistematiche e organiche, volte a perseguire il duplice fine del deflazionamento del carico degli uffici giudiziari e, al contempo, dell’efficace repressione dei reati. Ricordiamo l’introduzione di nuove cause di sospensione della prescrizione di 18 mesi tra la sentenza di primo grado e giudizio d’appello e tra quest’ultimo e il ricorso in Cassazione; l’introduzione del reato di autoriciclaggio; la riqualificazione del falso in bilancio come delitto e non più contravvenzione; l’aumento del termine massimo di prescrizione in presenza di atti interruttivi della stessa in caso di reati di corruzione; l’inasprimento delle pene dei delitti di peculato, corruzione, corruzione in atti giudiziari e induzione indebita a dare o promettere utilità, con conseguente allungamento dei termini prescrizionali.
Oggi la legge già prevede, ad esempio, che la prescrizione per il reato di corruzione per atti contrari a doveri d’ufficio può arrivare fino a 18 anni, per la corruzioni in atti giudiziari fino a 21 anni e per il reato di violenza sessuale fino a 20 anni. Se non si arriva ad una sentenza definitiva entro questi termini, vuol dire che allora sono altri gli aspetti su cui bisogna intervenire. In sostanza si tratta di un ddl che, ancorché definito “anticorruzione”, non contrasta efficacemente tale fenomeno: un processo che dura all’infinito non solo non rende giustizia agli innocenti, ma finisce per non punire i colpevoli nell’attesa di una sentenza di condanna che potrà arrivare anche dopo molti anni.
Nessuna novità, nessun trionfo storico o cambiamento epocale dopo il DDL anticorruzione.
Un’esultanza ingiustificata per un provvedimento criticato e smontato da tutti gli operatori del mondo giuridico e che è in contrasto con la Costituzione.

Apriamo gli occhi: i cittadini non hanno bisogno di norme manifesto che mirano solo a conquistare esclusivamente il consenso degli elettori, ma di interventi complessivi per migliorare l’attuale sistema, tutelare gli innocenti e punire subito chi sbaglia.