Stalking e femminicidio: qual è il confine tra la cattiveria e la pazzia? Se ne è parlato nel corso del convegno “Cronaca di un delitto annunciato” al Salone della Giustizia. L’incontro ha preso spunto dall’omonimo libro della giornalista del TG1 Rai Adriana Pannitteri. Il racconto si dipana attraverso lo scambio di lettere tra Antonio, carabiniere siciliano trasferito al nord, e Maria Grazia, giornalista di una importante testata alle prese con una serie avvincente di casi di cronaca ma anche con le incessanti domande sulla vita, sugli affetti, e sulle aspre dinamiche del lavoro. Antonio la costringe a entrare nel proprio mondo, in quel tunnel che non sembra avere via d’uscita. La giornalista entra in questo vortice con la esigenza e la domanda di capire cosa avvenga davvero nella psiche di una persona che arriva a stravolgere e ad annullare tutto ciò in cui ha creduto, trasformandosi in quello che comunemente viene chiamato un “mostro”.
“Dobbiamo cercare di non essere superficiali nell’affrontare questo tipo di problematica – ha sottolineato Pannitteri -.

Ci sono fattori che vanno oltre le questioni culturali. La prima lettera che ho ricevuto dal carcere in cui si trova il protagonista del libro risale addirittura al 2007. All’inizio non sembrava una storia di femminicidio, ma poi è maturata l’idea di raccontare una storia tra finzione e realtà”. La Pannitteri ha quindi sottolineato come sia importante fare attenzione al linguaggio che molto spesso usano i giornalisti nel raccontare queste terribili vicende. Nella maggior parte dei casi il termine più utilizzato è “raptus” o “delitto passionale” per spiegare le dinamiche di un omicidio; ma non può necessariamente diventarne la giustificazione.

La giornalista Paola Guerci, moderatrice dell’evento, ha sottolineato che in Italia vengono commessi almeno 150 femminicidi l’anno, 600 sono stati commessi negli ultimi quattro anni. Un fenomeno che rimbalza sempre più spesso nelle cronache dei giornali e dei telegiornali a volte raccapriccianti. “Le istituzioni – ha spiegato – hanno iniziato un piano antivolenza, stanziando fondi che però si spera saranno confermati anche dal Governo che si sta formando”. Simonetta Matone, sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Roma, ha spiegato che “per questo tipo di reati negli anni c’è stato un notevole sforzo per sveltire la processuale e classificare meglio il reato. Ma il problema reale è che le istituzioni sottovalutano il pericolo che corre la donna. I processi – ha rimarcato Matone – se arrivati in ritardo al redde rationem rischiano di cadere in prescrizione. Nella maggior parte dei casi l’omicida non farà un giorno di galera. In Italia abbiamo un sistema garantista, non possiamo carcerarli tutti. Il soggetto che commette l’omicidio viene, nella gran parte dei casi, dichiarato infermo di mente”.
Il 75 per cento dei casi di femminicidio avvengono in casa. Ma cosa accade nelle mente malata di questi uomini? Annelore Homberg, psichiatra dell’associazione Netforpp, ha spiegato che le cause sono molteplici. “Quasi sempre predomina il fattore culturale. Non esiste una violenza fisica che prima non ne abbia avuto una psichica”. Homberg ha poi sottolienato che molti casi di femminicidio si “scatenano al momento delle separazioni”. L’avvocato Federica Federici ha rimarcato che si tratta “di un fenomeno complesso che va affrontato con soluzioni interdisciplinari. A scatenare la violenza dell’uomo – ha spiegato – c’è anche la questione economica. L’omicida non accetta la parità di sessi e questo fa scatenare la rabbia. Non accettano di essere sfidati dalla compagna con cui stanno”. Ma per Federici “la logica di mettere in carcere l’omicida e di buttare la chiave non funziona”.