La presa di posizione del ministro della Pubblica amministrazione, avvocato Giulia Bongiorno (contraria all’emendamento grillino che vorrebbe bloccare la prescrizione dopo la sentenza di primo grado) ha innescato un problema che sta dividendo le forze di governo e che ha lasciato molto perplessa l’opinione pubblica. Vediamo, alla buona, di fare un minimo di chiarezza.
La prescrizione è – copio da Wikipedia – “l’estinzione di un diritto nel caso che il titolare non lo eserciti per il termine determinato dalla legge”.
In altre parole, è un limite temporale entro il quale, in ogni fase del processo, gli atti istruttori e le sentenze vanno conclusi, pena il decadimento tombale. Una norma sacrosanta perché, dopo troppo tempo, il concetto di giustizia ha un significato completamente diverso.
C’è chi ne abusa? Chi approfitta dei “tempi lunghi” della magistratura per stiracchiare il compimento di taluni atti e strappare alla fine un proscioglimento per la prescrizione e cioè per la “decadenza dei termini” entro i quali una istruttoria va chiusa o una sentenza – nei vari gradi del procedimento – va emessa? Sicuramente sì.
Sarebbe giusto allora modificare queste norme che spesso consentono a chi ha violato i codici di farla franca? Per il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede,“la bomba atomica che rischia di esplodere è la rabbia dei cittadini di fronte all’impunità”.
È su questo contrasto all’interno del Consiglio dei ministri, che si è aperta una polemica in cui ciascuno ha cominciato a inserire un punto di vista eccessivamente condito dai propri personalismi, politici e professionali. Si è sostanzialmente smarrito il nocciolo della questione, che è semplicemente questo: l’efficienza della nostra giustizia.
Basta andarsi a spolverare cosa hanno detto negli ultimi cinquant’anni i procuratori generali della Cassazione in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Dovendo certificare lo stato della giustizia italiana, tastandone il polso attraverso i numeri e i risultati, non hanno mai parlato di “malattia” bensì di coma indotto. Di una paziente che sopravvive grazie alla somministrazione di farmaci/provvedimenti ipnotici. Per tornare vigile avrebbe bisogno di una cura complessiva molto diversa e sicuramente più costosa rispetto a quei contributi totali che lo Stato – per una scelta anche dolosamente politica – continua a lesinare. Mancano magistrati, mancano cancellieri, mancano strutture. Mancano i “mezzi” per fare giustizia. Pensare di intervenire su questo paziente semi-moribondo con una aspirina, non solo è inutile e deviante; ma potrebbe addirittura, immobile tutto il resto, far male.
Se si vuole mettere mano a una seria riforma della giustizia, il problema va affrontato nella sua interezza, calandosi nella attuale situazione socio-politica, che sta cambiando rapidamente e in cui il popolo va perdendo fiducia in istituzioni sempre più lontane dalle esigenze quotidiane. Ferma restando l’obbligatorietà dell’azione penale, fermo restando il mostruoso arretrato delle cause civili e penali, fermo restando il vuoto negli organici, l’arretratezza delle strutture e – perché no? – della mentalità di tutti gli operatori, questa nostra giustizia non può che restare com’è: rantolante e in punto di morte.