L’opinione pubblica italiana è in questi giorni disorientata dalle polemiche relative ai contenuti del Decreto Dignità in tema di Diritto del lavoro. Da oggi il decreto è legge, in quanto il Senato della Repubblica ha dato il ‘via libera’ con 155 si, 125 no e 1 astenuto.

Non annoierò il lettore con sofisticati dettagli legali, ma intendo sottolineare come in Italia si ragioni su ogni importante aspetto della vita politica e legislativa in termini emotivi e non razionali.

Alcune considerazioni sui potenziali riflessi negativi della legge ora citata (mi riferisco particolarmente alla riforma del contratto a termine e soprattutto al contratto di somministrazione di lavoro a tempo determinato):

  • le imprese debbono operare con scenari “certi” relativi ai tre elementi fondamentali: 1) la gestione dei contratti acquisiti; 2) l’utilizzo delle strutture operative con le quali agire; 3) gli organici programmati di anno in anno;
  • le aziende – tutte – vivono oramai in un mercato globalizzato, spiazzate spesso da una concorrenza dei Paesi emergenti che in maniera aggressiva guadagnano segmenti di mercato un tempo dominio dei nostri imprenditori (vedi la concorrenza cinese, indiana..);
  • il testo della legge da oggi in vigore, scompiglia totalmente la programmazione delle aziende, modificando importanti regole della contrattualistica del lavoro nel corso della competizione e dal giorno alla notte;
  • la riduzione da 36 mesi (operante in Europa) a 24 mesi dei contratti “flessibili”, il ripristino delle causali legate soltanto all’incremento di attività e non al ricambio di figure specializzate nella forza-lavoro, l’estensione delle norme del contratto a tempo determinato al contratto di somministrazione lavoro a termine, hanno ridotto in maniera improvvisa e drastica la possibilità di programmazione delle maestranze da parte dell’imprenditore;
  • la conseguenza sarà quindi un imprescindibile ripensamento della quantità di “manodopera flessibile” (appunto, contratti a termine e somministrazione a termine), in considerazione delle restrizioni normative apportate dalla Legge Dignità;

Non si tratta quindi di una rappresaglia da parte degli imprenditori ma di un essenziale problema tecnico di programmazione delle risorse che le aziende debbono dosare nel corso dell’anno per chiudere i bilanci in attivo.

Il legislatore pertanto deve maneggiare con grande cura e con una significativa esperienza lo strumento legale, per orientare positivamente il comportamento dei singoli soggetti economici.

Non è infatti in discussione la volontà delle forze politiche di trovare soluzioni al problema della stabilizzazione dei contratti di lavoro, ma occorre considerare quanto sia indispensabile il mantenimento di una “flessibilità controllata” dei contratti di lavoro disponibili per l’imprenditore.