Giudici, avvocati, poliziotti, imprenditori. Tutti insieme nell’appassionato clan dell’ingiustizia. L’ex pubblico ministero del Tribunale di Trani, Antonio Savasta, ora giudice del Tribunale di Roma, e il suo collega Michele Nardi, pm a Roma e in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del ministero della Giustizia, sono stati arrestati dalla sezione operativa dei carabinieri di Barletta su disposizione della procura di Lecce. Le accuse sono di associazione per delinquere, corruzione in atti giudiziari per fatti commessi quando erano in servizio a Trani. Avrebbero garantito esiti processuali positivi in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore di alcuni imprenditori, pure loro coinvolti, in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, di gioielli e diamanti. Gli imprenditori avrebbero pagato per i favori ricevuti e gli avvocati avrebbero svolto il ruolo di intermediari e facilitatori.
Figurano nell’inchiesta anche un ispettore capo di polizia del commissariato di Corato, Vincenzo Di Chiaro, due imprenditori di Firenze e Trani, e due avvocati pugliesi. Le accuse sono falso ideologico e materiale, millantanto credito e calunnia. Sono stati eseguiti decreti di sequestro che hanno riguardato denaro, conti corrente e beni, tra cui un orologio Daytona d’oro e diamanti.
Il nome di Savasta era venuto fuori anche per un’altra inchiesta che fece scalpore, quella sulla lottizzazione di un’antica masseria trasformata in resort di lusso senza autorizzazione. Savasta finì sotto processo, sempre a Lecce, per concussione nei confronti di un imprenditore, indotto a vendere un terreno adiacente alla sua masseria. Il 18 gennaio 2017 fu trasferito a Roma. L’altro magistrato, il pm Nardi, aveva seguito le vicende della bancarotta dell’Idi, l’Istituto dermopatico dell’Immacolata. In passato, si era occupato come giudice per le indagini preliminari dei brigatisti in rivolta nel carcere di Trani, era stato giudice a latere del processo “Dolmen” (relativo a 200 imputati per associazione mafiosa) e in importanti processi per criminalità economica, ambientale e sofisticazioni alimentari (scandalo del grano all’ocratossina).
È davvero impressionante quello che ha raccontato su Nardi un testimone d’accusa, l’imprenditore Flavio D’Introno. Il magistrato si faceva pagare sostenendo che doveva “comprare il favore di altri giudici”. Quindi: un viaggio a Dubai da 10mila euro; la ristrutturazione di un immobile a Roma per 120mila euro e di una villa a Trani per 600mila; diverse somme in contanti; un Rolex d’oro dal valore di 34mila euro; due diamanti da 27mila euro ciascuno. Poi, gli propone l’acquisto di due appartamenti in Piazza di Spagna a Roma, finiti in una indagine per bancarotta fraudolenta che lui sta seguendo. Ancora: gli chiede due milioni di euro per corrompere i giudici alla vigilia della sentenza di un processo in cui l’imprenditore è imputato per usura. D’Introno ha finito i soldi, viene condannato. Minaccia di rivelare inganni e corruzioni, “Ti faccio ammazzare, ho gente dei servizi segreti che posso scatenare subito!” lo minaccia il giudice.