Lo scorso ottobre l’agenda delle priorità del Dicastero non ha consentito al Ministro Alfonso Bonafede di essere presente alle assise dei penalisti italiani a Sorrento. Dopo qualche settimana lo stesso Ministro si è lasciato andare ad una assai infelice definizione dell’Avvocato difensore. Incidenti ai quali ha posto rimedio alzando il telefono, scusandosi e chiarendo il suo pensiero. La sua franchezza e la sua cortesia ci hanno consentito di prendere le misure e di avviare con chiarezza e lealtà il confronto al quale ci ha invitati. Siamo stati ricevuti in due occasioni per discutere di prescrizione e processo penale. Il Ministro ci ha lasciati con l’impegno di costituire un tavolo tecnico per la individuazione dei temi di riforma finalizzati al contenimento dei tempi morti del processo. Abbiamo avuto modo di sentire da lui la rappresentazione della macchina giudiziaria e della risposta di giustizia inserite in una visione populista della norma penale ed una concezione carcerocentrica della sanzione. In tale quadro, la politica è chiamata a dar conto del suo operato non al sistema e all’armonia dei principi scolpiti nella Costituzione, ma ai cittadini elettori.

Noi abbiamo rappresentato la nostra siderale lontananza da tale cultura politica rivendicando i principi del diritto penale liberale e l’impossibilità che ipotesi più o meno efficientiste possano prevalere sul sistema delle garanzie che debbono caratterizzare il processo accusatorio e che anzi, oggi son appannate da strutture ed interventi asistematici adottati anche nel recente passato. Non è il tempo della riforma del processo penale, è ben possibile però che con il contributo di tutti i soggetti qualificati – l’Accademia, la Magistratura, l’Avvocatura Penale, si individuino misure per un più razionale utilizzo del tempo del processo tale da garantire la sua ragionevole durata. Si tratta di procedere con una importante depenalizzazione riservando alla repressione penale le violazioni connotate di reale offensività, di prevedere certezza dei tempi delle indagini, di valorizzare la terzietà del Giudice, di estendere termini e condizioni per i riti alternativi, di ripristinare la regola selettiva per l’udienza preliminare, di prevedere tempi di celebrazione dei dibattimenti caratterizzati da immediatezza e oralità. Su questi punti, salva la concreta organizzazione normativa di riforma, vi è una sostanziale convergenza della Accademia, della Magistratura associata e dell’Avvocatura Penale, che fa ben sperare sulla possibilità di sintesi condivise. Questa Comunità di Giuristi ha avuto modo anche di esprimersi con grande rigore sul tema della prescrizione, segnalando come la recente riforma votata dal Parlamento si distingua per la sua incompatibilità con il sistema dei diritti e delle regole previsti dalla Costituzione. I Professori di Diritto Penale, di Diritto Processuale Penale e di Diritto Costituzionale delle nostre Università hanno con noi sottoscritto un appello al Signor Presidente della Repubblica affinché egli valuti con rigore i denunziati profili di illegittimità della legge. Il Ministro Bonafede non ha ancora convocato il tavolo, speriamo ciò avvenga nella prossime settimane e che si prospettino tempi e modi per una seria analisi e un reale confronto. E’ necessario soprattutto che si ascoltino le indicazioni degli operatori qualificati, portatori di saperi e competenze che rappresentano un indiscutibile patrimonio culturale della nostra Nazione.Riformare i Codici senza l’apporto della nostra Accademia, dei Magistrati e degli Avvocati penalisti, non solo vuol dire fare le nozze con i fichi secchi ma, ciò che è peggio, rendere ancor meno credibile ed ingiusta la macchina processuale. Rinnoviamo al Signor Ministro i migliori auguri per il nuovo anno, con l’auspicio che la Sua proposta di organizzazione del confronto per gli interventi di razionalizzazione dei tempi del processo, sia adeguata alla complessità dei temi e alla necessità di garantire il confronto tecnico – scientifico. Se così sarà, noi ci saremo.