Ho iniziato la mia attività lavorativa nel pubblico dietro le sbarre di un ospedale psichiatrico come infermiera, attività che porterò a termine dietro le sbarre di un istituto penitenziario come psichiatra.

Nel lontano 1969, quando misi piede per la prima volta nel pad. 15 del Santa Maria della Pietà il disagio psichico era del corpo infermieristico che di fatto doveva accudire, senza avere a disposizione i farmaci antipsicotici di oggi, i pazienti psichiatrici.
Gli unici oggetti in nostro possesso erano le grandi chiavi apriporta e delle forbici per tagliare eventuali lacci stretti intorno alle aree vitali. Alla mole di lavoro quotidiano, sedici ore su ventiquattro tutti i giorni senza riposo settimanale, si aggiungevano le angherie delle suore preposte al nostro controllo, dando direttive che nulla avevano a che fare con la gestione della malattia mentale. Il germe del nostro disagio veniva avviato dalle colleghe “anziane” e si esplicava attraverso l’oppressione sulle novizie per superare, attraverso l’effetto rivalsa, la difficoltà del sentirsi inermi davanti ad un sistema dissociante per il quale nessuno aveva risposte idonee.

Oggi, nel 2018, svolgo la mia professione di psichiatra a tempo presso un istituto penitenziario. Il mio contatto, non solo con i detenuti ma soprattutto con il corpo di polizia penitenziaria, mi ha indotto a leggere con più attenzione quello che emerge tra il popolo costretto a vivere dietro le sbarre, indifferentemente se per lavoro o per detenzione obbligata.
Troppo spesso vedo il disagio affiorare tra gli agenti che si susseguono nei vari ruoli a cui vengono adibiti e aver letto di un agente, di soli trenta anni, che si è tolto la vita lo scorso 12 agosto nel parcheggio carcere di San Gimignano con la pistola di ordinanza, mi ha incuriosito.
Ho cercato quindi di documentarmi se altri agenti avessero tentato suicidio ed ho scoperto che non solo ci sono stati altri suicidi tra il corpo di polizia penitenziaria ma, negli ultimi tre anni, questi sono stati ben cinquantacinque! Quasi tutti gli agenti hanno utilizzato l’arma di ordinanza per dire addio alla vita.

E proprio nel capire come funziona la valutazione a proposito della detenzione di un’arma, con grande meraviglia ho scoperto che coloro che fanno parte delle forze dell’ordine non vengono mai sottoposti ad un controllo periodico dello stato di salute sia fisica sia psichica a meno che non venga richiesta da un superiore.
Sono fermamente convinta che chiunque abbia in dotazione un’arma per lavoro dovrebbe essere sottoposto ad un controllo per la propria e altrui incolumità almeno ogni due anni.
A maggior ragione questo controllo dovrebbe essere attuato agli agenti di polizia penitenziaria, sono loro ad essere il corpo più esposto allo stress, non solo per i turni di lavoro a cui sono sottoposti a causa dell’organico sottodotato, ma soprattutto per la qualità e quantità dei detenuti che, purtroppo, affollano i nostri istituti penitenziari. Non possiamo di certo ignorare che sono aumentati i detenuti a cui devono essere offerte le cure per tossicodipendenze varie oltre a tutte le problematiche connesse all’aumento dei pazienti psichiatrici in arrivo, effetto della chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari.  E’ questa forse la sfida più grande a cui il corpo di polizia penitenziaria è chiamato a dare risposte di accudimento.
Di fatto, non avendone le competenze gestionali, sono chiamati a svolgere attività di supervisione quando noi psichiatri, ad esempio, diamo come indicazione la sorveglianza vista. In questo caso l’agente non deve mai perdere di vista il paziente per l’intera durata del suo turno di lavoro –  One-to-One – nella singola cella o la grandissima sorveglianza con controlli ogni quindici minuti.
Ecco gli agenti sono stati proiettati, loro malgrado a fare le stesse identiche mansioni con cui ho iniziato io ben cinquant’anni fa, scontrandosi di fatto con la patologia mentale senza averne la benché minima competenza.

Tutto quanto evidenziato, inevitabilmente è fonte di disagio più o meno intenso a tutti i livelli tra coloro che lavorano e vivono la vita negli istituti di detenzione:

  • Gli agenti – non sono preparati a questa nuova e stressante realtà che inevitabilmente si ripercuote sulle loro vite e non solo sul posto di lavoro. Purtroppo, pur lasciando la divisa nello stipetto dello spogliatoio e lavato via l’odore della struttura, non riescono a depositare il peso dello stress, portando di fatto il doloroso bagaglio anche all’interno della propria famiglia;
  • I pazienti detenuti con diagnosi di malattia mentale o tossicodipendenza – restringendoli in cella non si fa altro che accentuare lo stato mentale già compromesso dalla patologia in atto, ragione per cui l’angoscia rasenta limiti tali da compromettere ulteriormente lo stato mentale generando crisi crepuscolari fino al suicidio;
  • I comandanti del corpo di polizia penitenziaria – unico corpo di polizia non in carico al Ministero degli Interni come tutti gli altri ma al Ministero della Giustizia, che si trovano a gestire situazioni fuori dall’ordinario penitenziario e soprattutto a loro poco conosciute, pur adoperandosi per cercare soluzioni adeguate;
  • I commissari degli istituti penitenziari – personale non in forza al corpo di polizia penitenziaria pur gestendone le competenze, sono dipendenti civili del Ministero della Giustizia, che si trovano a dover gestire la salubrità sia fisica sia mentale oltre all’economia dell’intera popolazione dell’istituto penitenziario a loro affidato.