A Sanremo la scorsa settimana, presso l’istituto penitenziario di Valle Armea, uno dei sovraintendenti capo della Polizia Penitenziaria si è tolto la vita sparandosi con la pistola in dotazione.Con questo ultimo suicidio abbiamo raggiunto quota 57 negli ultimi tre anni, ovvero una media di 19 ogni anno o meglio ancora di 3 casi ogni due mesi. Questi numeri sono inaccettabili, sono numeri che debbono far riflettere, in primis il capo del Dicastero di Grazia e Giustizia, il dicastero da cui dipende il corpo di Polizia Penitenziaria.

Lo scorso agosto, con un mio precedente articolo (allarmante-disagio-psichico/), ho cercato di indagare al fine di comprendere le cause che sono alla base dell’elevato numero di suicidi da parte del Corpo di Polizia Penitenziaria. Mi sono permessa di fare una attenta analisi perché sono dieci mesi che lavoro come psichiatra all’interno di uno dei 195 istituti penitenziari sparsi sul nostro territorio nazionale. Ovviamente, il mio ruolo è quello di prestare attenzione alla prevenzione del malessere che può condurre un persona reclusa al suicidio e all’intervento terapeutico sulla patologia psichiatrica, se questa si rende necessaria. Dal mio posto di osservazione privilegiato ho avuto modo di osservare dall’interno il grande disagio in cui devono districarsi gli agenti delle strutture carcerarie.

Il disagio non è solo dovuto alla carenza di personale, inevitabilmente per coprire i turni di servizio, l’avvicendamento è così stretto da non lasciare del tempo per un recupero psico-fisico ottimale. Tra le cause di elevato disagio, ci sono anche i vari presidi che noi psichiatri assegniamo ad alcuni detenuti che riteniamo debbano essere attenzionati. Possiamo, infatti, applicare l’istituto della sorveglianza a vista, ovvero – One-to-One – dove l’agente non deve mai perdere di vista la persona che riteniamo a rischio di atti auto ed etero lesivi. E’ questo un servizio altamente stressante a livello psichico, perché purtroppo, il singolo agente sorvegliante si trova ad affrontare non solo un soggetto che potenzialmente può fare di tutto, ma persone che si sono macchiate di reati per il quale la colpa potrebbe superare il normale decorso dei pensieri e quindi, diventare spettatore davanti all’imprevedibilità umana. L’ulteriore presidio è quello della Grandissima Sorveglianza, il soggetto deve essere controllato ogni 15 minuti. Si evince quanto questi presidi siano ad altissima fonte di stress senza attuare un recupero più che valido.
Alcune indiscrezioni sulle cause di questo ultimo suicidio dicono che forse il timore di soffrire di un male incurabile potrebbe aver determinato l’estremo gesto dell’ispettore. Personalmente sostengo che forse, sì, la paura potrebbe aver stimolato l’estremo atto, ma perché come tutti gli agenti che hanno in dotazione un’arma di servizio, ovvero, essere sottoposti regolarmente ad una serie di accertamenti psico-fisici di controllo, non venga applicata anche al corpo di Polizia Penitenziaria? So che è previsto un controllo di idoneità ogni due anni. Il timore di una possibile malattia oncologica da sola non è sufficiente a determinare una decisione così importante, deve aver giocato una buona parte del lavoro l’elevato carico di stress lavorativo e come conseguenza deve essersi attivata una forma depressiva su base reattiva. Se fossero previste delle visite programmate per accertare l’idoneità al possesso di un’arma, si potrebbero intercettare eventuali sofferenze psichiche a cui porre rimedio, ma soprattutto, si sarebbero evitati i tanti suicidi che, guarda caso, sono quasi tutti avvenuti con l’arma di ordinanza.