Molti aspetti della crisi ambientale e nutrizionale in atto a livello mondiale sono legati al sistema alimentare industriale nel quale siamo immersi. Si tratta di una verità scomoda, che tutti in qualche modo sanno ma sembrano rifiutarsi di vedere, e ciò rende assai difficoltosa la definizione e la messa in opera di un’ alternativa realmente sostenibile.

Il benessere del Pianeta e di tutta la popolazione mondiale è, oggigiorno, duramente colpito da un’agricoltura industriale e standardizzata il cui unico fine è quello di ottenere maggiori profitti, scaricando squilibri e disfunzioni sulla collettività. Infatti, già da molti decenni, un modo di produzione alimentare industriale non sostenibile ha trasformato il cibo, da fonte di nutrimento quale era, in merce, in qualcosa su cui speculare a tutto vantaggio delle grandi imprese multinazionali, vere padrone del sistema agroalimentare. In quest’ultimo, appare evidente che tanto il settore agricolo che quello della distribuzione siano dominati dai “fornitori” (le multinazionali dell’agribusiness per l’appunto), in quanto, se il primo subisce le scelte strategiche delle aziende chimico-biotecnologiche, il secondo, pur avendo il peso contrattuale di dettare i prezzi, non ha poteri nel definire la natura delle produzioni. La stessa industria, che trasforma le materie prime agricole facendole poi giungere alla distribuzione, si basa, dopotutto, su quelli che sono i risultati della ricerca e delle applicazioni biotecnologiche operate dalle imprese multinazionali. Dalle loro decisioni e strategie, pertanto, è difficile esimersi.Inoltre, sui mercati internazionali esiste, come sappiamo, un oligopolio della domanda di materie prime e dell’offerta di prodotti industriali, mentre coloro che offrono i prodotti di base, e sono a loro volta compratori di prodotti finiti, operano per lo più isolatamente. Le strette interconnessioni tra i pochi soggetti forti che questo tipo di sistema ha generato comporta non solo una maggiore esposizione al rischio di gravi effetti sistemici, ma anche la tendenza a fare “cartello” e a distorcere, così, la libera concorrenza; e i costi generati da tali inefficienze ricadono proprio sulla collettività, cioè su tutti noi. Parliamo di costi enormi, che si riescono a cogliere molto bene volgendo lo sguardo proprio all’odierno sistema agroalimentare mondiale, il quale, mentre vede distruggersi ogni anno, in perdite o sprechi, circa un terzo della produzione alimentare mondiale, è anche causa di gravissimi problemi nutrizionali, tanto per mancanza che per eccesso di cibo.

Ciò accade perché gli interessi di cui sono portatrici le multinazionali si muovono, assai spesso, al di sopra di Stati e Istituzioni, sfuggendo alle regole democratiche, e seguendo logiche indirizzate esclusivamente al raggiungimento delle proprie strategie di profitto. La tutela degli interessi collettivi è, in tal modo, messa a repentaglio dall’incapacità delle Istituzioni di muoversi tra interessi contrapposti. Non è dunque un caso che così, realizzatosi ormai il primato dell’economia e della finanza sulla politica, anche l’agricoltura, al pari degli altri settori, abbia finito per essere plasmata ad esclusivo beneficio delle imprese multinazionali, le quali, detenendone ormai il pieno controllo, sono in grado di condizionare l’alimentazione a livello globale. In particolare, sono soprattutto i settori delle sementi e degli agrofarmaci ad essere interessati dall’ingombrante presenza delle imprese multinazionali che, già operanti nel settore chimico e farmaceutico, hanno cominciato a guardare con sempre maggiore interesse alle biotecnologie applicate all’agricoltura. Basti pensare che, attualmente, sono solamente tre le multinazionali che controllano tra l’80% ed il 90% del mercato mondiale degli agrofarmaci e queste sono le stesse che operano nel settore delle sementi, dove detengono circa un terzo del mercato delle sementi convenzionali e la quasi totalità del mercato delle sementi transgeniche. La concentrazione generatasi nel mercato dei fattori produttivi agricoli, ormai intriso di logiche tipicamente industriali, ha creato, quindi, un collegamento sempre più stretto tra le diverse attività (sementi, agrofarmaci, nonché chimica e farmaceutica in generale), e ciò è accaduto grazie alla possibilità dell’ottenimento di brevetti. Difficile credere che i grandi Organismi Internazionali siano all’oscuro di tutto ciò. Infatti, sono proprio le norme internazionali sulla protezione delle varietà vegetali e sui diritti di proprietà intellettuale (UPOV e TRIPs) ad aver progressivamente esteso la protezione ad un numero sempre maggiore di varietà vegetali ed invenzioni biotecnologiche; e tale “universalizzazione” dei brevetti, strettamente legata a prospettive di natura economica, è causa di evidenti impatti negativi tanto a livello ambientale quanto a livello nutrizionale. Da un punto di vista ecologico, infatti, i brevetti sulle risorse verdi presentano serie implicazioni sull’uso sostenibile della diversità naturale, portando, in molti casi, allo sfruttamento (e conseguente esaurimento) di tutte quelle risorse che sono state, da sempre, a disposizione della collettività. Basti pensare alla scomparsa delle numerose varietà di semi, il cui libero scambio tra contadini è stato per millenni alla base della conservazione della biodiversità e della sicurezza alimentare, avvenuto a causa della sostituzione delle varietà locali con semi ad alta resistenza operato proprio dalle grandi corporation, detentrici dei relativi diritti di proprietà intellettuale.
Lo sviluppo e la diffusione sul mercato delle sementi ibride (non riproducibili) e successivamente di quelle geneticamente modificate (che rappresentano una parte importantissima del mercato delle sementi e il cui valore è in forte crescita), ha poi imposto agli agricoltori il rispetto di specifiche norme contrattuali tra l’agricoltore e le imprese fornitrici, le quali hanno finito, in tal modo, per sviluppare una posizione dominante. Ma quando i contadini perdono il controllo su ciò che coltivano, quando la riproduzione dei semi viene resa illegale o impossibile (come nel caso degli Ogm o degli ibridi), essi perdono la loro autosufficienza. L’adozione di metodi agricoli intensivi basati sulla monocoltura non può non condurre alla perdita di sovranità alimentare e, tal volta, mette a rischio la stessa sicurezza alimentare. Questa situazione è andata peggiorando negli anni più recenti, a seguito dell’avvento della cosiddetta “seconda rivoluzione industriale”, che ha portato all’introduzione e alla diffusione su scala mondiale delle colture geneticamente modificate. Con l’obiettivo di contribuire al superamento delle criticità nutrizionali affrontate dal mondo, queste ultime hanno infatti finito per rafforzare ancor più il potere di condizionamento delle multinazionali sugli agricoltori. Non solo. Secondo i dati dell’Osservatorio Land Matrix, la maggior parte delle acquisizioni di terra realizzatesi dal 2000 ad oggi hanno sì riguardato gli investimenti in agricoltura (principalmente per lo sviluppo di monocolture Ogm), ma la destinazione prevalente dei prodotti ottenuti dalle coltivazioni praticate non è stata e non è quella alimentare, ma quella finalizzata alla realizzazione di beni intermedi come mangimistica, biocarburanti e tessile. Difficile combattere la fame nel mondo con un sistema siffatto.Non a caso, secondo dati FAO, il numero di affamati nel mondo è tornato a crescere a partire dal 2014, raggiungendo il numero di 821 milioni nel 2017. Sempre la FAO, inoltre, nel Report of the International Technical Conference on Plant Genetic Resources, ha evidenziato come l’agricoltura industriale sia responsabile del 75% del danno ecologico arrecato al Pianeta, stimando inoltre, nel secondo Rapporto sullo stato delle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura, come tra il 1900 e il 2000 sia andata perduta oltre il 75% della diversità delle colture. L’Organizzazione ha, altresì, sottolineando che la continua perdita di biodiversità avrà un notevole impatto sulla possibilità di nutrire gli oltre nove miliardi di persone che abiteranno il Pianeta nel 2050. Il modello agroindustriale dominante è, pertanto, un sistema devastante tanto a livello ecologico che sul piano nutrizionale ed è per questo che ritornare ad un’agricoltura locale appare, ad oggi, secondo molti autori, l’unica soluzione plausibile. Un dibattito questo, ormai vivo da diversi anni, che sente forte la necessità di un’alternativa di sviluppo incentrata sulla Terra, sul “locale” e sui piccoli coltivatori, dove il sapere non è visto come proprietà privata, ma si sviluppa con la pratica della coltivazione e dove i contadini possono tornare ad essere conservatori ed ibridatori di piante, come lo erano in passato, nell’ambito di un’economia circolare in cui nulla viene sprecato. Non si tratta di banale nostalgia ma di un recupero fondamentale per la salvaguardia del Pianeta. Non dobbiamo dimenticare che l’agricoltura industriale inquina, uccide gli insetti benefici (a causa del largo utilizzo di fertilizzanti e pesticidi chimici), distrugge la fertilità del suolo ed è, inoltre, essenzialmente alimentata con combustibili fossili. Circa il 40% di tutte le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici deriva proprio dal sistema agricolo imperante fondato sull’uso di tali combustibili, utilizzati per produrre fertilizzanti, per azionare i macchinari e trasportare il cibo. La necessità di un cambio di paradigma si fa forte, una sfida tanto complessa quanto imprescindibile. L’agricoltura locale, tradizionale, familiare è probabilmente il solo sistema sostenibile in grado di nutrire adeguatamente il mondo e preservare la biodiversità, di contro alla standardizzazione che uccide. Le monocolture che producono solo pochi tipi di “merce” si basano sul largo utilizzo di prodotti chimici e Ogm, la cui proprietà intellettuale è delle corporation stesse. Nel sistema nel quale siamo immersi il cibo è merce e i prezzi sono determinati dalle speculazioni sulle merci. È inevitabile che tutto ciò contribuisca ad acuire la crisi nutrizionale in atto, acceleri la perdita di importanti risorse naturali e porti all’intensificazione dei fenomeni legati al cambiamento climatico. Il sistema alimentare non può continuare ad essere considerato come un qualcosa di estraneo alla natura e alla Terra; al contrario esso si fonda sui processi ecologici con cui il Pianeta crea, conserva e rinnova la vita. Come sottolineato dalla scienziata, ambientalista e attivista indiana Vandana Shiva, “per alimentare la sostenibilità, il nutrimento, la democrazia alimentare, dobbiamo pensare in piccolo”, solo così sarà possibile gettare le basi di un sistema agroalimentare non escludente utile alla salute, al benessere del Pianeta e della sua popolazione.