Magistratura e media. Il Gotha della Giustizia è presente a questo convegno di chiusura. Tommaso Marvasi, presidente del Tribunale delle imprese, ha introdotto il primo presidente della Cassazione Giovanni Mammone, il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, il presidente dell’Associazione magistrati Francesco Minisci, il presidente della Camere penali Cesare Placanica, il direttore delle relazioni esterne Fastweb Sergio Scalpelli. In rappresentanza dei media, il direttore del Messaggero Virman Cusenza e, nel ruolo di moderatore del dibattito, Antonio Di Bella, direttore di Rainews 24.
“L’innovazione tecnologica comporterà un modo nuovo di affrontare tutti i problemi della Giustizia. A volte, una notizia non vera può fare più danni di una condanna…”, ha sostenuto Marvasi. “Sono già pronti meccanismi che potrebbero consentire di fare un processo al computer, introducendo i dati e ottenendone una sentenza. Ma senza la partecipazione della persona, senza l’uomo saremmo in un’altra dimensione”.

Giovanni LegniniGiovanni Legnini si è soffermato sul conflittuale rapporto con i media. “Questo rapporto viene ritenuto oggi una necessità. La trasparente comunicazione esige codici di buona prassi. Anche a livello europeo si è consolidato il criterio che comunicare i fatti della giustizia è un dovere. Noi al Csm abbiamo in corso un lavoro in questo senso per emanare linee guida agli uffici per la comunicazione ai media dell’attività giudiziaria. Il 72% degli italiani ritiene scorretto questo rapporto. Serve una corretta e trasparente comunicazione, ci stiamo lavorando e presto avremo novità in proposito”. Legnini ha portato un esempio: i dispositivi della sentenza costituiscono spesso il nocciolo dell’informazione, che attira l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma sulle motivazioni della decisione poi non si scrive nulla. “Una motivazione sintetica, fatta subito, contestualmente alla lettura della motivazione servirà a evitare congetture, polemiche, ipotesi giuridiche. Ne va della trasparenza, della correttezza nel fornire pari opportunità ai mezzi di comunicazione e un migliore livello di fiducia dei cittadini nei confronti del sistema giudiziario”.
E gli scoop? “Libertà, autonomia e bravura faranno il resto. Noi forniremo la base della corretta informazione dando le notizie giuste e pubblicabili. La deontologia a questo punto diventa sempre più indispensabile per evitare – a volte – quel corto circuito mediatico che va a colpire la dignità delle persone e la presunzione d’innocenza”.

Il presidente dell’Associazione magistrati Francesco Minisci ha poi preso in esame “i dati sensibili da tutelare, la sovraesposizione del singolo magistrato, la capacità della stampa di veicolare correttamente ciò che noi magistrati esprimiamo con il lavoro. Siamo spesso inadeguati a trasmettere le nostre decisioni ma è necessaria anche una preparazione tecnico-giuridica da parte dei giornalisti. Diritto di sapere la realtà, dignità della persona, segreto d’ufficio e segretezza delle indagini: difficile contemperare norme ed esigenze. Le leggi esistono, è solo il procuratore capo che dovrebbe comunicare con la stampa, dice la norma. Registrazioni e dati sensibili come le conversazioni, se non pertinenti, non si dovrebbero mai pubblicare. Autoregolamentazione è l’unica soluzione, deve intervenire il codice deontologico di ciascuna categoria. Non avevamo bisogno di riforme, e quella sulle intercettazioni non ci convince affatto. Oggi un colloquio giudicato inutile va in archivio e lì muore, mentre magari in seguito potrebbe costituire un alibi o una prova. Trova quindi il nostro favore la creazione degli uffici stampa per la comunicazione delle procure perché noi non accettiamo gossip, ricerche di scarti di conversazioni, profili di spettacolarizzazione della Giustizia. I processi si fanno in aula, non sui giornali o in televisione. Errore enfatizzare da parte della stampa una vicenda giudiziaria come pure, da parte del magistrato ricorrere a strumentali sovraesposizioni e non rifuggire dall’ottica della tifoseria. Auspichiamo che tutto avvenga con regole precise e alla luce del sole, senza sospetti o strumentalizzazioni, contemperando diritto all’informazione e dignità delle persone coinvolte”.

Wirman CUsenza MessaggeroPer Virman Cusenza, direttore del Messaggero, “sentir parlare di ufficio stampa presso una procura, può avere il suono di un miracolo e di una bestemmia. In questo, la magistratura accusa un grande ritardo ma oggettivamente la specializzazione di noi giornalisti non è da meno. La formazione del cronista giudiziario dovrebbe quindi andare di pari passo con l’invito alle procure di dotarsi di un ufficio stampa. Se la comunicazione avvenisse sempre attraverso canali codificati, se ne gioverebbero la nostra la precisione e la nostra credibilità. Leggo nel programma del futuro governo, richieste di processi brevi ma anche criteri più spinti di severità e revisione del sistema di composizione del Csm. Nonché il progetto che riassumo nello slogan ‘magistrato in politica mai più con la toga’. E poi nuove carceri e quindi previsione di forte incremento della carcerazione. Credo che avremo presto di che discutere ancora”.

Giovanni MammoneGiovanni Mammone, primo presidente della Cassazione, ha preso spunto dal diritto all’informazione per spiegare come la Suprema Corte gestisca questo compito che riguarda l’interpretazione delle norme. Noi depositiamo circa 300 sentenze al giorno, la storia dei processi la conoscono giudici, avvocati e le parti del processo. Ma cosa finisce sui giornali? Noi abbiano formato una Ufficio stampa e comunicazione che non solo dirama comunicati stampa, ma veicola le notizie all’esterno. Avvertiamo la necessità di un velocissimo abstract che spieghi subito il significato della sentenza. Ma 90 mila sentenze all’anno andrebbero gestite con un altro tipo di struttura. I giornalisti debbono acquisire la capacità di approfondire sentenze e situazioni per poi spiegare in breve decisioni spesso molto articolate. Di qui la nostra richiesta ai cronisti giudiziari di accreditarsi e avere con la nostra istituzione contatti e frequenze. Scandalismo e approssimazione danneggiano il diritto all’informazione. Il problema è la professionalità dei giudici, che
debbono migliorare la capacità di avere corretti con la stampa, e della stampa che deve evitare gossip e ipotesi e commentil.

Sergio Scalpelli, comunicazione Fastweb, ha ripreso la notizia dei braccialetti antistalking prodotti dalla sua azienda. Per gli arresti domiciliari lo strumento – non manomittibile – segnala una “evasione” da una zona predefinita. Per lo stalking la segnalazione scatta se il soggetto invade un settore che protegge l’eventuale vittima. Anche la richiesta di strumenti per avere una video sorveglianza sofisticata è in crescente aumento. La scienza della mobilitazione nervosa provocata dai social rischia però di esplodere e quindi è assolutamente da condividere l’iniziativa del Csm di creare gli uffici stampa presso le procure. Quanto alla digitalizzazione del sistema della Giustizia con reti protetti e sicure che consentono anche da remoto conversazioni e trasmissioni dei dati, i chiedo e vi chiedo: può tutto questo eliminare il fruscio di notizie sussurrate o bendate che finiscono sui media e a volte finiscono per scardinare il rapporto corretto media-magistrati? Noi questo sviluppo tecnologico lo abbiamo messo a punto…”

Placanica Camere penaliCesare Placanica, presidente delle Camere penali, e quindi da avvocato, ha individuato proprionegli uffici stampa delle procure la fibrillazione che provoca le distorsioni del processo mediatico. “La procura rappresenta in questa fase una tesi, ben venga la sentenza finale in abstract della Cassazione. Ma un ufficio stampa in procura? Proprio nella stanza di chi rappresenta una delle parti del processo p, quella che assevera la sua verità, inevitabilmente parziale, un punto di vista dell’accusa…E vogliamo che provenga una informazione corretta e imparziale? Quanto alle novità in campo giudiziario prospettate nel contratto di governo, si parla di aumento delle pene, costruzione di altri penitenziari…Ma vogliamo chiederci se, per esempio il nuovo reato di omicidio stradale (condanna fino a 18 anni) ha per caso fatto diminuire i morti in incidenti stradali? Serve un confronto serio con la politica e sinceramente questa idea degli uffici stampa presso le procura mi sempre un’idea distorta. Quanti casi ci sono stati, e anche clamorosi, di persone arrestate, incarcerate e alla fine completamente prosciolte ma rimaste col marchio delle prime informazioni che già l’avevano condannata per sempre?l

Carlo Malinconico, presidente del Salone della Giustizia, ha riassunto gli argomenti del Salone e anticipato il saluto di chiusura che è stato portato dal presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, qui la sintesi del suo intervento